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20 opere del 2000-2019, quali saranno? Il 2020 è alle porte e quale altro modo per celebrare la fine di questo ventennio se non scoprendo insieme quali sono state le 20 opere d’arte che hanno segnato la storia tra il 2000 e il 2019? Sono felice di averne viste alcune con i miei occhi. Gli ultimi anni di questo ventennio sono stati per me quelli delle letture d’arte sfrenate, delle prime fiere internazionali tra Basilea, Madrid e Londra e delle mostre in giro per l’Europa.

Ognuna di queste opere si è rivelata importante per il messaggio che l’artista ha voluto lanciare, per il momento storico in cui è stata realizzata o a volte per la cifra stratosferica per cui è stata venduta. Non si potrebbe mai fare una classifica e sicuramente ne avrò lasciate di altrettanto interessanti da parte, però inziamo!

Martin Creed, Lavoro n. 227, Le luci accese del 2000

Sbatti le palpebre. Un crimine è commesso in Inghilterra. Un bambino muore di fame.  La frequenza di ciascuna di queste azioni è ogni cinque secondi. E cinque secondi, a quanto pare, è l’unità di tempo in cui le nostre vite possono essere cambiate. E nessun artista ha spiegato il significato dell’importanza di questo intervallo di cinque secondi in modo più elegante e controverso rispetto all’artista inglese Martin Creed. Nella sua installazione le luci che si accendono e si spengono e hanno creato nel 2000 quando è stato esposto per la prima volta molta polemica sul concetto di arte stessa. Il lavoro è composto da un semplice timer programmato per accendere e spegnere alternativamente le luci ogni cinque secondi in una galleria vuota.

Chi ha apprezzato l’opera ha confrontato la sua importanza concettuale con gli esperimenti d’avanguardia del compositore americano John Cage con il silenzio e il suono degli anni ‘50. Chi ha avuto un atteggiamento polemico lo ha considerato un progetto fai da te. Che si consideri arte o filosofia in ogni caso è innegabile che oggi più che mai ci sia bisogno di riflettere sulle proprie azioni e sul nostro concetto di tempo, perché cinque secondi possono passare in fretta, ma possono anche sconvolgere le nostre vite. 

 

 

Olafur Eliasson, The Weather Project del 2003

Il successo di questa incredibile opera di Eliasson, che ha attirato oltre due milioni di visitatori alla Turbine Hall della Tate Modern tra ottobre 2003 e marzo 2004, ci dice molto sulle ansie e le preoccupazioni della nostra epoca. 

L’opera consiste in un enorme sole, sospeso in modo soprannaturale nello spazio a forma di canyon della sala. Attraverso un trucco di specchi e nebbia zuccherata, Eliasson ha creato un tramonto rosso fuoco che dà la sensazione di consumare tutto intorno a sé. E i riferimenti a opere come Luce e colore di William Turner sono evidenti. 

I visitatori diventano silhouette contro la luce abbagliante ed è questa sensazione di scomparsa che ha reso The Weather Project un’esperienza trasformativa e inquietante. Oggi siamo giustamente tempestati dalle varie opinioni nel dibattito sulle conseguenze dei cambiamenti climatici e il lavoro preoccupante di Eliasson ci ricorda che, in questi giorni, quando parliamo del tempo, stiamo anche parlando delle nostre vite. E la Tate è tornata a raccontare di Eliasson nella sua ultima mostra, di cui vi ho parlato qualche settimana fa. E di cui sono felice di riparlare adesso in questo post sulle 20 opere del 2000-2019.

 

Giuseppe Penone, Cedro di Versailles del 2003

Presentato da Gagosian all’edizione 2019 di Art Unlimited a Basilea, l’opera a me ha colpito moltissimo. Il lavoro consiste in un albero monumentale scavato fino al suo midollo per essere riportato allo stadio iniziale. Dalla corteccia esterna, quindi, l’artista ha scavato fino ad arrivare alla parte più interna il cuore dell’albero.

Il titolo il Cedro di Versailles racconta la storia dell’opera. Per realizzarla infatti è stato utilizzato un antico cedro di 194 anni crollato a causa di una tempesta nel parco di Versailles alla fine degli anni ‘90. E proprio l’azione della natura e dell’uomo insieme sono i temi caratteristici di questa serie di lavori di Penone e di tutta la sua poetica in generale.

Noi uomini viviamo all’interno di un mondo che dobbiamo conoscere e rispettare e ogni nostra azione incide in qualche modo nello sviluppo della natura, tanto quanto una forza esterna. 

 

Cindy Sherman, Clowns del 2003-2004

La fotografa e regista americana Cindy Sherman è famosa in tutto il mondo per essersi nascosta per anni dietro il flash della sua macchina fotografica, mettendo in scena una serie dopo l’altra di autoritratti in cui cambia il suo viso per assumere le sembianze di qualcun’altro.  Avendo adottato il travestimento come principale strumento di identità per così tanto tempo, l’inganno della Sherman è sicuramente iniziato a diventare realtà.

Travestirsi non è più un negare sé stessa, ma è diventata il modo in cui noi la identifichiamo, ciò per cui la conosciamo. Da qui nasce il potere snervante della sua serie Clowns del 2003-4. Cindy Sherman assume l’identità di sconosciuti inventati che a loro volta si sono nascosti sotto chili di trucco da clown.

Nella cultura occidentale, infatti, i pagliacci sono considerati esseri profondamente ambigui. Le loro espressioni fisse nascondono spesso non allegria, ma qualcosa di più tragico o sinistro. Provocando quasi paura con le sue espressioni ambigue Cindy Sherman riflette sui temi dell’identità e dell’illusione della maschera nel teatro, nel cinema e nell’arte.

 

Anish Kapoor, The Cloud Gate del 2004

Cloud Gate è una colossale scultura pubblica che l’artista britannico Anish Kapoor, nato in India, ha inaugurato nel 2006. L’opera consiste in 168 piastre di acciaio inossidabile  e pesa 110 tonnellate. La sua superficie liscia e riflettente rimbalza immagini distorte di tutto ciò che la circonda nel Millennium Park di Chicago. Questo effetto distorto è visivamente amplificato all’interno della scultura che Kapoor ha chiamato l’omphalos dell’opera dal greco “ombelico”. Qui, le parti concave del lavoro si deformano e moltiplicano i riflessi per disorientare lo spettatore.

Il messaggio di Kapoor è diretto: viviamo in un mondo tanto abbagliante quanto distorto. La verità e la percezione manipolata della verità si confondono l’una con l’altra. In Cloud Gate l’opera sembra essere un fluido posato lì da un mago per un gioco di prestigio, ma in realtà per essere così lucide le lastre di acciaio impiegano anni e anni. Anche questa è una distorsione della realtà. Un’illusione, come quella del nostro riflesso nell’opera. 

 

Jeff Koons, Tulips del 2004

Questa serie di lavori chiamati Celebrations di uno degli artisti più chiacchierati del mondo dell’arte contemporanea è iniziata già negli anni ‘90. Però è di certo diventata nota grazie agli esemplari degli ultimi decenni, che sono stati protagonisti di alcuni incredibili passaggi d’asta e sono stati installati nei musei più importanti del mondo, come il Guggenheim di Bilbao. Un museo che ho visitato un paio di anni fa e di cui vi ho raccontato non solo in questo post sulle 20 opere del 2000-2019 ma anche su Instagram nelle storie.

L’opera Tulipani del 2004 consiste in un bouquet gigante di 7 fiori di tulipano stilizzati e dai colori super accesi. Ognuno di questi è grande 5 metri ed è stato creato di un metallo riflettente. La sensazione che si ha è quella di oggetti leggeri e privi di peso, frivoli già nel loro presentarsi al pubblico. L’arcobaleno di colori però li rende piacevoli e soprattutto ne esalta le caratteristiche reali. I tulipani infatti sono fiori che facciamo a gara per avere di mille colori diversi, sono fiori che sono entrati nelle nostre case almeno una volta per celebrare compleanni, anniversari o altre feste. Da qui il titolo della serie Celebrations. Quello di Koons quindi è un ingigantire e metterci davanti gli occhi sotto un’altra veste gli oggetti che caratterizzano la nostra vita quotidiana, in pieno stile pop. 

Damien Hirst, For the Love of God del 2007

Può l’’arte vincere la morte?  Quando il teschio tempestato di diamanti da 1.106 carati di Damien Hirst è stato esposto per la prima volta a Londra nel 2007, un gruppo di critici ha risposto con un bel Sì. Ma la domanda rimane comunque aperta, anche se l’opera di Damien Hirst vuole dimostrare il contrario. 

Si tratta di una fusione in platino, ricavata dal teschio recuperato di un europeo del XVIII secolo di trentacinque anni e acquistata da un negozio a Londra. Su questa base sono stati montati 8.601 diamanti pavé dai gioiellieri Bentley & Skinner di Mayfair. Come se questo non fosse abbastanza, montato sulla fronte vi è un grande diamante, una sorta di terzo occhio, che vuole spingere il significato potenziale dell’opera nella direzione del soprannaturale.

Che l’opera di Hirst possa sopravvivere o meno alla morte questo non possiamo saperlo ma di certo come in molte altre occasioni la riflessione sulla morte stessa diventa la protagonista dei suoi lavori. E l’ironia dei titoli porta a riflettere su temi che non solo hanno definito gli ultimi vent’anni ma in realtà l’intera storia dell’arte dagli inizi ad oggi. Ragione in più per non poterlo escludere dalla lista delle 20 opere del 2000-2019.

Yayoi Kusama, Dots obsession del 2008

L’interno dell’installazione a luci soffuse, le pareti di specchio e i puntini neri sono gli elementi caratteristici delle opere dell’artista giapponese Kusama. Opere che riflettono la sua dimensione interiore e le sue visioni. Questi lavori non possono essere inseriti in nessun movimento specifico, hanno fatto la storia della pop art e del minimalismo al tempo stesso e hanno spunti della cultura e tradizione giapponese e americana insieme. 

L’idea è che entrando nell’installazione, gli spettatori sono immediatamente colpiti da un ambiente che diventa quasi un bozzolo che viene esaltato dalla luce gialla e dalle forme fluttuanti. Gli effetti possono essere snervanti o rilassanti perchè i sensi vengono bombardati. Il pavimento e il soffitto sono coperti da punti neri, mentre le pareti a specchio moltiplicano lo spazio, che diventa infinito.  Questi elementi costringono gli spettatori a provare sentimenti contrastanti: c’è chi si sente imprigionato, chi invece libero di immaginare. Tuttavia, Kusama rimane consapevole delle risposte degli spettatori e il lavoro intende essere sia terapeutico che travolgente. Una riflessione sulla nostra psiche e una rappresentazione dei nostri sogni. Una riflessione che non poteva no fare entrare di diritto Kusama e le sue opere fra le 20 opere del 2000-2019.

 

Franz West, L’Ego e l’Io del 2008

Questa serie di opere di Franz West in cui all’interno di parchi o per le strade delle città siamo incoraggiati a interagire con il lavoro è diventata la firma dell’artista austriaco. Sedendosi sugli sgabelli o facendoci giocare con gli elementi dell’opera Franz West insiste sul fatto che l’opera d’arte non è completa fino a quando gli spettatori non interagiscono con essa. Il suo obiettivo è sempre stato quello di creare arte che ispirasse ambienti geniali, in cui noi facciamo parte dell’opera.

Nel caso dell’ego ed io, l’idea è nata da un articolo scritto da Sigmund Freud nel 1923 sulla battaglia dell’ego con  tre forze: l’io, il super-io e il mondo esterno. E West partendo dalle riflessioni di Freud ha creato questo lavoro per porre una domanda diretta: a cosa serve la scultura per l’uomo? La risposta è nell’interazione con se stessi quando si vive l’opera e nella condivisione con gli altri. In questo caso al centro di Central Park, New York, lontano da un museo e in uno spazio di gioco all’aperto.

 

Pipilotti Rist, Massachussets Chandelier del 2010

Mutande colorate pendono dal soffitto, tutte luminose in una galleria buia. Come se fossero state appese dopo il lavaggio per asciugare al sole. Una luce calda viene emanata dall’interno dell’opera, mentre una luce video esterna viene proiettata sull’opera.

Quando ho visto per la prima volta a Milano in mostra questo lampadario sospeso sono rimasta senza parole. E per questo ho deciso di inserirlo in questo post sulle 20 opere del 2000-2019. Il lavoro è composto da mutande raccolte dall’artista, dai suoi amici e dalla sua famiglia e mostrate con naturalezza. Intenzionalmente esuberante e divertente, il lavoro è stato creato per incoraggiare gli spettatori a considerare le questioni relative al genere, alla sessualità e al corpo umano.

L’artista svizzera Pipilotti Rist ha creato l’installazione per trasmettere un senso di felicità e serenità.  E anche se il lavoro è volutamente semplice e diretto, non è infantile. Infatti sotto l’apparente leggerezza dell’opera Pipilotti Rist affronta questioni femministe e tabù legati alla parte più importante e segreta del nostro corpo. 

 

Marina Abramovic, The Artist is Present del 2010

Per due mesi e mezzo, da metà marzo a fine maggio 2010, Marina Abramović si è seduta al Museum of Modern Art di New York, mentre i partecipanti della performance venivano invitati a turno a guardarla negli occhi per tutto il tempo che desideravano o che potevano sopportare. Per più di 700 ore, l’artista ha fissato centinaia di estranei incontrando il loro sguardo seduti insieme a un tavolo. I ritratti dei visitatori raccontano la gamma di espressioni provocate dal volto rigido dell’Abramović: divertimento, paura, noia o addirittura disperazione. 

Una finestra sull’anima che ha lo scopo di riavvicinare le persone. Non c’era modo infatti di sfuggire alla realtà e di affrontare gli occhi di un altro essere umano, vulnerabile e distante pochi centimetri. 

E quest’opera ha riaffermato ancora una volta lo status dell’Abramović tra gli artisti della performance più significativi della nostra epoca. Per quarant’anni infatti Marina Abramović ci ha sfidato a guardare negli occhi la realtà che ci circonda e le problematiche della nostra società. Per questo non poteva mancare in questo post sulle 20 opere del 2000-2019.

 

Ai Wei Wei, Semi di girasole del 2010

Dove finisce l’identità dell’individuo e inizia quella del gruppo?  Ai Weiwei ci pone questa domanda sotto forma di cento milioni di semi di girasole in porcellana realizzati individualmente da 1.600 artigiani cinesi. Ognuno di questi scolpito a mano e dipinto in modo convincente, grigio e bianco striato. L’opera che è stata esposta alla Tate di Londra nasce da una critica diretta delle violazioni dei diritti umani del governo cinese e ha provocato un indimenticabile dibattito politico.

Non è la prima volta tra l’altro che l’artista critica e provoca il governo del suo Paese di origine. Ma questa volta lo sfida in maniera ancora più sottile ed elegante.  Questa montagna di piccoli semi ha infatti attirato migliaia di persone che hanno partecipato da singoli individui ognuno a modo proprio alla condivisione di gruppo dell’opera d’arte. 

 

Christian Boltanksy, Persone del 2010

Cosa sopravvive di noi una volta che arriva la morte? Il tentativo di rispondere a questa domanda motiva senza dubbio molte opere d’arte. Diverse di quelle che sono state da me inserite in questo elenco delle 20 opere del 2000-2019. Ma in particolare ha motivato quest’opera di Boltansky, esposta per la prima volta al Gran Palais di Parigi nel 2010. Trascorriamo le nostre vite ad accumulare e utilizzare oggetti, abiti, fotografie e molto altro e quest’opera ce lo racconta. Il lavoro consiste in metri quadrati di lotti cosparsi di vestiti come dei campi di tessuti.

Ci sono jeans, camicie, magliette, vestitini, di tutto. E a chi appartenevano? La risposta sembra essere nel titolo dell’opera. A tutti e a nessuno, alle persone che oltre a lasciare il proprio ricordo, lasciano con se’ anche tutto ciò che gli apparteneva. E l’opera non si ferma qui. Più volte, infatti un enorme macchinario sospeso sopra una montagna di abiti si abbassa improvvisamente per sollevare e rilanciare i nostri oggetti, come un gioco senza fine. 

 

Maurizio Càttelan, L.O.V.E. del 2010

La statua in marmo di una mano alta undici metri che sembra alzare un dito medio ha suscitato grande scalpore quando è stata inaugurata nel 2010 a Piazza Affari a Milano, proprio di fronte al Palazzo della Borsa. Il mondo della Finanza si è sentito offeso da quello che è stato percepito come un gesto di sfida. Motivo in più per aggiungerlo alla mia lista delel 20 opere del 2000-2019.

Ma uno sguardo più attento al lavoro e alcune dichiarazioni dello stesso Càttelan hanno rivelato un significato diverso per quest’opera. Sembra infatti essere un saluto fascista mozzato e eroso dal tempo, proprio collocato al centro della piazza e di fronte a uno dei palazzi degli anni ‘20 che hanno fatto la storia dell’architettura fascista.

Una mano la cui interpretazione viene lasciata alla nostra immaginazione, ma che stravolge il concetto di scultura classica, trasformando la statua dell’imperatore a cavallo in un nuovo simbolo della nostra società.

 

Christian Marclay, The Clock del 2010

L’opera cinematografica dell’artista svizzero-americano Christian Marclay cerca ingegnosamente di colmare la divisione tra il tempo dell’arte e il tempo della realtà. Spesso infatti le opere d’arte che si trovano all’interno dei musei sembrano essere estranee al passare del tempo. alcune di queste ci raccontano di esperienze che possono essere considerate universali e continuano a farci emozionare o riflettere nonostante siano state realizzate decenni prima.

Il lavoro di Marclay cerca metaforicamente di oltrepassare questa divisione. L’opera comprende migliaia di filmati in cui è presente un orologio, accuratamente assemblati insieme in modo che il filmato tenga il passo perfetto con il tempo reale.

Parliamo spesso di arte che imita la vita e viceversa, ma l’imitazione presuppone che l’uno o l’altro debba essere accaduto per primo. Mentre la grande arte  sospende il tempo. The Clock è un collage del cinema occidentale ma in realtà ci fa riflettere sul tempo che ci circonda e sull’importanza stessa dell’arte per la nostra società. 

 

Kerry James Marshall, Lovers del 2015

Se c’è un artista che insieme a Kara Walker ha raccontato le esperienze e le storie delle popolazioni afro-americane negli ultimi vent’anni questo è Kerry James Marshall. Lui stesso ha definito molti dei suoi lavori come frutti di una responsabilità sociale. E questo genere di temi non può mancare nella lista delle 20 opere del 2000-2019.

E il suo medium preferito per raccontare queste storie è la pittura. Si ispira a scene di vita quotidiana e oggetti tipici della sua cultura, come ad esempio nell’opera presentata alla Biennale di Venezia del 2015 dal titolo “Amanti”. Qui due ragazzi che sembrano essere stati appena sorpresi ad abbracciarsi, si girano sorridendo verso lo spettatore.

Una storia all’apparenza semplice ma di denuncia. Il tema principale di opere come questa è infatti la presenza di afro-americani all’interno delle opere d’arte figurative. Nella storia spesso sono stati i primi ad essere esclusi dalle rappresentazioni e grazie ad artisti come Marshall, che raccontano oggi la loro quotidianità, li troviamo protagonisti dell’arte contemporanea.

 

Christo, The floating piers del 2016

Essere in grado definire la propria epoca e al tempo stesso rimanere riconoscibili in ogni opera non è facile per nessun artista. Sembra però non essere così complesso per Christo che dagli anni ‘60 ha fatto dell’impacchettamento di piccoli oggetti o di interi monumenti la sua firma. Per ogni decennio sarebbe possibile trovare una sua opera significativa: The Gates nel 2005 a New York o il Mastaba nel 2018 a Londra, ma il suo passaggio in Italia sul lago di Iseo è stato secondo me altrettanto significativo.

L’opera consiste in un labirinto di passerelle di tessuto, una sorta di ponti galleggianti che per 15 giorni esatti hanno unito la terraferma alle isole di San Paolo e Monte Isola. Il visitatore diventa in questo caso parte dell’opera e la trasformazione della natura e del territorio non consiste più solo nel nascondere per dare importanza.

 

Banksy, Love is in the bin del 2018

Non sempre è semplice definire le opere che stanno cambiando i nostri tempi se questi tempi li stiamo vivendo in prima persona, però su alcune di queste non ci sono molti dubbi. E in particolare fra le 20 opere del 2000-2019, questa ha un posto speciale.

Love is in the bin di Banksy ha fatto nascere uno dei dibattiti più interessanti dell’arte degli ultimi anni. E non mi riferisco alla veridicità dell’opera di per se’ ma all’importanza dell’azione e alla critica su cui questa azione stessa ci fa riflettere. 

Il lavoro è nato sotto gli occhi di centinaia di persone durante l’asta dell’opera originale Baloon Girl da Sothebys nell’ottobre del 2018. Pochi secondi dopo l’aggiudicazione, parte della tela è passata attraverso un distruggidocumenti nascosto nella cornice e nel processo di “distruzione” di un’opera d’arte, ne è stata creata una nuova. Tutte le opere di Banksy sono il risultato di azioni di critica della società e del mercato dell’arte contemporanea ma soprattutto sono riflessioni sulle nostre azioni quotidiane e sulle nostre abitudini. E giusto quest’anno un’altra sorpresa è arrivata con il Gross Domestic product, un negozio vetrina temporaneo che ho avuto l’occasione di visitare e di cui vi ho parlato sul canale. 

 

Amy Sherald, First Lady Michelle Obama del 2018

Fra le opere che hanno fatto la storia del ventennio non può mancare la pittura e in una delle sue forme più classiche il ritratto. In questo caso però il lavoro dell’artista americana Amy Sherald dimostra come si può rappresentare un’icona contemporanea in pieno stile classico. E il ritratto guadagna così la sua posizione in questo elenco delle 20 opere del 2000-2019.

La protagonista dell’opera è Michelle Obama, non solo moglie dell’ex Presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama ma anche paladina dei diritti delle donne, della comunità LGBT e sostenitrice di un vivere sano e sostenibile. Il ritratto è classico e contemporaneo al tempo stesso per diversi motivi. L’unica protagonista è Michelle al centro della tela, immersa nel blu, colore simbolo della fedeltà e della fiducia. Al tempo stesso colore del manto della Madonna nelle rappresentazioni classiche.

L’occhio è subito catturato dal vestito che finisce oltre l’opera come se continuasse e che al tempo stesso riempie gran parte della scena. Anche questo elemento riprende i ritratti classici dell’antichità, ma trasforma l’opera in un’icona del nostro periodo. 

 

Kara Walker, Fons Americanus del 2019

Una scultura pubblica su larga scala nella Turbine Hall della Tate di Londra,  che si interroga su come ricordiamo la storia attraverso i monumenti pubblici. Ma che al tempo stesso racconta di un evento storico durato decenni che ha cambiato la vita di migliaia di persone nel mondo: la diaspora africana.

Fons Americanus è un’immensa fontana al chiuso che si ispira al Monumento della regina Vittoria di fronte Buckingham Palace. In questo caso però non è una regina ad essere esaltata o ricordata, ma un’intera popolazione e le sue tragedie. L’acqua è il tema chiave e si riferisce al commercio transatlantico di schiavi e al destino di moltissime persone in tre continenti.  

E molti altri sono i riferimenti alla storia, all’arte e alla cultura occidentale. Ad esempio la Nascita di Venere dalla conchiglia che si trasforma in un ragazzo che piange e riempie il guscio di lacrime, mentre la Dea si trova invece lontana in cima alla fontana. Un’opera che fa riflettere sulla nostra storia e sull’importanza delle nostre scelte politiche e civili. 

 

Ci sono opere realizzate da artisti di tutto il mondo perché credo fortemente che l’arte oggi più che mai sia globale nel momento in cui racconta un’esperienza che è personale ma al tempo stesso collettiva. 

Grazie e alla prossima!


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